22 Giu – Agorà

sabato 9 aprile.

io, e di fronte a me, la piazza.

Ogni singola parola, ogni pausa, ogni silenzio, ogni sfumatura dei toni della voce; tutto viene amplificato dalla folla di fronte a te.

L’uno e la moltitudine.

 

Ancora di più, quando questo accade sotto l’effige di un elemento comune, un tema, una protesta da esprimere, un messaggio da dare.

Cantare, parlare, stare col proprio corpo davanti alla piazza, nell’agorà è una cosa a sè.

 

Facile è urlare slogan, usare un linguaggio enfatico o perentorio o evocativo. Era un’arte – quella della retorica – richiesta ed apprezzata, ormai secoli fa, anche se non in termini temporali quanto culturali.

Ebbene, nella piazza ci si dovrebbe stare come fosse condizione abituale, naturale, quotidiana. Ed è stato così, fino all’avvento della televisione, del comfort domiciliare che addormenta anime e corpi.

Allora le agorà si sono spogliate di vita e gente, di chiacchiere e di forza.

Ed ogni cosa si è scolorita sempre di più, fino a raggiungere una tonalità di grigio-anestetico intollerabile.

 

Cantare, pensare, parlare, stare…

con i figli, i genitori, gli amici; a tessere relazioni e con esse i giorni. quelli si che sarebbero nuovi!

 

Intanto, rimane dentro la forza della moltitudine. quella che si tuffa nell’uno e ne esce moltiplicata. dai molti all’uno e dall’uno ai molti.

due facce dello stesso essere.

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