– Diario di bordo. 20 gennaio. Felt music club. Roma

22 Giu – Diario di bordo. 20 gennaio. Felt music club. Roma

Diario di bordo. 20 gennaio. Felt music club. Roma

 

I musici

 

Frida Neri – voce e chitarra acustica

Antonio Nasone – chitarra classica e acustica

Marco Tarantelli – contrabbasso

Michele Vagnini – Viola

Jacopo Mariotti – violoncello

Fabrizio Caperchi – voce narrante

 

Le canzoni

 

Alle soglie dell’aurora

Sara Sottile

Di-spiegando il mondo

Fado-mãe (Dulce Pontes)

Sei come me

Una quasi canzone d’amore

In trasparenza

Come nero

La nonna di Friederick (Quintorigo)

Il rumore della terra che si muove

Siberiana

Al matrimonio

 

Il concerto

 

Ore 22.30. Al momento opportuno entro nella sala (da cui mi ero tenuta lontana, per praticità e scaramanzia) e subito l’aspetto dello spazio e la disposizione degli oggetti mi saltano agli occhi, investendomi di sensazioni accese. Tavolini tondi e candele persi in un’oscurità complice, guardano il palco caldo nel suo colore di legno levigato, illuminato da poche luci di scena. Mi sento più alta, più grande, fuori da me; come fossi “altro”.

 

I ragazzi salgono sul palco con calma consapevole e movimenti calcolati: ognuno prende il suo strumento, scorrendo attentamente le mani lungo i legni, poi giocano con le corde per aggiustarle sulla debita frequenza… Io li guardo mentre ogni loro gesto lenisce la mia ansia che, nella testa, lascia il posto ad una specie di silenzio.

 

Fabrizio sale a sua volta, ha l’espressione seria. Sembra portare un peso. Infatti, mentre legge le prime parole de Il pianto della scavatrice di Pasolini, quel peso prende forma e scende nella sala attraversandola. E’ in quel preciso momento che io sento in fondo a me il rumore dello stato d’animo che cambia: smetto di essere ordinariamente io, per essere straordinariamente un’altra cosa. Un altro io?

 

Compio pochi passi e mi ritrovo sul palco. Mi siedo, mi aggiusto sullo sgabello. Guardo dritto davanti a me, oltre la luce di scena che mi taglia la vista della sala. Un respiro, un altro, un altro e…

 

Comincia il viaggio: apro la bocca e comincia a fluirne un rigagnolo, poi un ruscello, alla fine un fiume in piena. La scaletta è varia, sia in termini di atmosfera che di impegno vocale e strumentale. Gli archi che suonano alle mie spalle mi rapiscono letteralmente. Non è la prima volta che mi accompagnano, ma mai come stavolta ogni singola nota diviene solenne, ogni passaggio è così intenso da fare male.

 

Mi sveglio solo alla fine. Dopo aver cantato dodici pezzi, dopo aver tolto le scarpe in un momento di pathos (fado- mãe), dopo aver spalancato la bocca in un canto di rabbia (Sara Sottile), dopo aver sussurrato note e parole a piccoli respiri (In trasparenza), dopo aver giocato con aria strafottente (Come nero), dopo aver sentito il formicolio della lontananza (Siberiana) e dopo aver battuto le mani con il pubblico, il mio pubblico generoso (Alle soglie dell’aurora bis) ad annunciare la fine del piccolo rito che è lo spettacolo.

 

Durante la coda di Siberiana, scendo dal palco e guardo i ragazzi che continuano a suonare. Sono lì e guardo il piccolo mondo che si è creato intorno alla musica che scrivo. Reprimo a stento le lacrime.

Quando finalmente finiamo, incredula e spossata dall’intensità del momento, mi lascio fra le braccia di chi c’era.

 

Questi sono miracoli. Che ne vengano ancora.