I bambini, il daimon e la felicità…

25 Ago I bambini, il daimon e la felicità…

Che i bambini siano la meraviglia del mondo, non serve ribadirlo. Che portino gioia, pienezza, un’esplosione emotiva e sentimenti profondissimi, nemmeno. Ma non è tutto qui.

La vita degli adulti riceve un bombardamento fortissimo, con l’arrivo dei nuovi nati. In che senso?

IL DAIMON

Nel pensiero antico greco, c’è una credenza a proposito di noi esseri umani, di come nasciamo, molto interessante. Prima di nascere, l’anima si sceglie il corpo, la famiglia, la situazione generale in cui incarnarsi. L’anima – che trasmigra di vita in vita – ha un suo “disegno” che non assomiglia tanto ad una predestinazione totale e senza margine di libertà, quanto ad una vocazione, ad una forma precisa di vita. Ogni anima è caratterizzata dal seme della “pianta” – per usare una metafora – che diventerà. Questo seme è l’essenza delle capacità, delle inclinazioni, dei tratti caratteristici che poi nell’arco dell’intera esistenza fioriranno nella completa personalità.

Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, ci dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.

Il daimon è quel genio, nume tutelare che ci portiamo dentro e che custodisce il tesoro del nostro disegno, che andrebbe altrimenti perduto con la nascita. Una specie di Virgilio che ci guida alla scoperta di noi stessi, se e solo se abbiamo il coraggio di affrontare il nostro inferno e purgatorio. Il paradiso poi, siamo noi, quando giungiamo a dispiegare tutte le nostre potenzialità. E come Virgilio, il daimon fa da tramite tra cielo e terra, tra l’al di là e l’al di qua, rendendo completa la nostra presenza vitale.

E cosa c’entrano i bambini?

“I bambini costituiscono la miglior dimostrazione pratica di una psicologia della provvidenza. E non mi riferisco tanto a quegli interventi miracolosi, alle storie incredibili di bambini che cadono da cornicioni altissimi senza farsi nemmeno un graffio, che vengono recuperati vivi da sotto le macerie dopo un terremoto. Mi riferisco piuttosto al banalissimo miracolo in cui si rivela il marchio del carattere: tutto a un tratto, come dal nulla, il bambino o la bambina mostrano chi sono, la cosa che devono fare. (…) Voglio che riusciamo a vedere come ciò che fanno e che patiscono i bambini abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria specifica vocazione in questo mondo. I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.”

I bambini sono trasparenti, soprattutto nella prima parte dell’infanzia: il daimon appare in modi folgoranti e incontrovertibili. Se e solo se li sappiamo osservare.

“Un esempio. Concorso per dilettanti alla Opera Mouse di Haarlem. Sale timorosa sul palco una sedicenne goffa e magrolina. Viene presentata al pubblico: «Ed ecco a voi Miss Ella Fitzgerald… Miss Fitzgerald ballerà per noi… Un momento, un momento. Come dici, dolcezza? Mi correggo, signore e signori: Miss Fitzgerald ha cambiato idea. Non vuole ballare, vuole cantare… » Ella Fitzgerald dovette concedere tre bis e vinse il primo premio. Eppure la sua intenzione era stata quella di esibirsi nel ballo.”

E noi, gli adulti che stanno loro accanto, come genitori o guide o compresenze, non possiamo non sentire il nostro daimon risuonare del loro. Si perché i daimon sono imparentati tra loro, dialogano a nostra insaputa. E allora ogni volta che un genitore non opprime con le sue aspettative il proprio piccolo, ogni volta che un insegnante dona gli strumenti per stare al mondo invece di semplici contenuti, ogni volta che concediamo uno sguardo pulito a queste piccole ma grandi forme di vita; anche il nostro daimon ne gode e pare svegliarsi, stiracchiarsi, protestare se nella nostra esistenza è stato messo da parte.

“Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori. Il daimon non ci abbandona.”

 

In greco, felicità è pari a eudaimonia. Guarda guarda cosa ci dice la radice di questo termine: eu > buono e daimon, lo abbiamo già spiegato. Felicità quindi non ha a che fare col piacere, o il godimento o la ricchezza. Ma con l’avere un buon demone, che non significa solo affidarsi al caso, ma renderlo buono nel senso di non dimenticarlo, non ostacolarlo ma condividere l’esistenza con lui e col disegno di cui lui è testimone e tesoriere! La felicità è ciò che accompagna la fioritura di quel seme che ci portiamo dentro. Come se la vita avesse lo scopo di realizzare la nostra vocazione, ognuno la sua. Ecco un’accezione di felicità molto lontana dal consumismo, dagli stereotipi di oggi. Una forma di felicità antica e che ama la vita, tanto da aver sviluppato una vera e propria arte della vita. La filosofia non è altro.

Allora: diamoci ai bambini, svuotiamoci di pregiudizi e di aspettative e lasciamo che i loro daimon – mentre non sono oppressi e possono respirare e mostrarsi – provochino il risveglio dei nostri. Ossia, la felicità!

Incursioni filosofiche per “Il Paese dei Balocchi” 2015