TEATRO CANZONE

 

Alma

 
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“La marea appartiene alle vostre corde vibranti
come voi già siete un frammento di marea lucente.
Il cullare e lo sciabordare costanti,
lo sciabordare eterno e l’eterno cullare..”
 
Loris Ferri

Frida Neri voce
Antonio Nasone chitarra
Hilario Baggini Flauto traverso, quenacho, ronroco, cajon
Davide Zaccaria violoncello
Loris Ferri versi
Mauro Santini Immagini
Per la dance company di Simona Paterniani Danze e danzatori
 
“Alma è un sogno, ed in quanto tale, più vero del reale.
Alma è un viaggio che attraversa e racconta le musiche dal mondo, attraverso le differenze fino all’anima che dietro si nasconde: una e universale, pulsante dietro il caleidoscopio delle sue infinite espressioni.
I generi e le diverse lingue sono finestre aperte sui mondi che vivono con noi, oggi più che mai. Dall’est europeo — ponte tra oriente ed occidente — ai confini sporti sull’atlantico e poi oltre, fino al nuovo mondo. Un’abbondanza di idiomi e di sonorità diversi, che si affiancano ed esplodono, rivelando nei temi e nel vissuto, l’unicità dell’esperienza umana.”
 

Guarda Alma su youtube

Informazioni: info@fridaneri.com

 
 

Il canto degli emarginati

 
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Frida Neri: cantautrice – canti e voce
Massimo Zamboni: musicista e scrittore
Massimo Ottoni: arti visive – sand art
Loris Ferri: scrittore – versi e voce
Antonio Nasone: compositore, polistrumentista – musiche e suoni

 
Tutto il novecento si apre e si chiude nei Balcani. Tutto il secolo passato scorre sulle acque del mare Adriatico, dalla Prima Guerra mondiale (Sarajevo, 1914 attentato all’arciduca Francesco Ferdinando) sino alla frantumazione dell’ex Repubblica Socialista Jugoslava che ha inizio il 31 marzo del 1991 ai laghi di Plitvice (Croazia). Proprio in quell’occasione l’idea di un’ Europa culturale muore con l’incendio della Biblioteca Nazionale di Sarajevo, scoppiato il 25 agosto 1992. Tra le macerie di questa grande storia, tra le pieghe di un continente alla deriva, si snodano e prendono vita piccole vicende umane che attraversano il tempo, come quella del protagonista del romanzo: Havro Alexandar Radaik suonatore zigano, nato a Dubrovnik, da famiglia zingara e pellegrino tra due secoli e due mondi: Balcani e Italia.L’architettura geografica (il contesto e la macro sequenza) viene raccontata in prosa daMassimo Zamboni (con tappeto sonoro) attraverso frammenti tratti dalla sua opera narrativa: “Il mio primo dopoguerra”, Mondadori 2006. Questo lo sfondo ideale dello spettacolo. In primo piano la storia del protagonista in versi. Partendo dal testo originale, la performance accompagna alla lettura dei testi, brani delle tradizioni europee dell’emarginazione, che hanno regalato nel corso dei secoli al mondo del Mediterraneo suoni e danze (dal Portogallo alla Spagna, dalla Grecia all’Ungheria passando attraverso i Balcani) sino ad alcune canzoni inedite della cantautrice Frida Neri o contenute nell’EP omonimo (uscito nel 2012).Versi, musiche e immagini originali di Massimo Ottoni ripercorrono un tempo storico che si dilata nell’arco di due secoli. Vi è di fondo la necessità di voler raccontare il respiro di un mondo, quello dell’Europa del sud sino alla nostra stessa terra come un’unica anima, viva e pulsante. Di fronte all’ urgenza della vita non esiste altro che la nuda condizione umana. Tre movimenti nei quali si intrecciano le illusioni, gli orrori, le sconfitte, gli ideali, i soprusi, la scoperta dell’amore e dell’arte, gli aneliti mortificati dalla società intera e dall’indifferenza infernale nei confronti di un giovane uomo. Nessuna idealizzazione nei confronti della materia trattata, bensì una discesa agli inferi della vita, ma anche un mantra verso i demoni dell’arte.
 

I canti dell’amor perduto

 

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Gianfranco boiani immagini video
Frida Neri voce
Loris Ferri versi e prosa
Antonio Nasone chitarra
Ilaria Mignoni violino
Sara Paterniani danza
Massimo Ottoni sand art

e con la partecipazione straordinaria di
Gastone Pietrucci
e Marco Gigli
de “La Macina”
 

Benvenuti in questo viaggio che racconta l’esistenza. Un’esistenza che resiste e ri-esiste culturalmente e nella sua specificità di genere. Tutto inizia dall’immaginario femminile evocato dalla figura di Walkiria Terradura, comandante partigiana e medaglia d’argento al valore militare; ritratta in un’accezione reale, non retorica, raccontata nella sua quotidianità eppure al contempo simbolica, dinamica e creatrice, in una profonda complicità e duplicità con il maschile. Storie dal basso che uniscono l’amore per una terra perduta e l’amore più viscerale, quello ferito, umano e inquieto o semplicemente impossibile. Storie di riscatto e di sconfitte nei confronti di una vita al margine, al limite dell’emarginazione che riscrivono sotto forma di resistenza al brutto, la memoria di una civiltà. La guerra è la seconda mondiale, quella reale, descritta nei segni lasciati sul mondo delle relazioni, ne paesaggio, nell’anima. La guerra è anche simbolo di quegli accadimenti che arrivano e trasformano, rubando senso e creando vuoto. I diversi linguaggi scelti e i momenti che individuano, costruiscono il racconto su diversi livelli che si intersecano, si fondono. Dai frammenti di prosa intima, ispirati alle testimonianze dagli ultimi momenti dei condannati della Resistenza, a visioni immaginative e oniriche fatte di sabbia e ombre. Da suoni evocativi che nascono dall’oggi e guardano all’arcaico mondo contadino, a movenze e danze che rappresentano il lato più nascosto di accadimenti così grandi. E poi i canti popolari, che dalla tradizione orale ci riportano un mondo che rimane ancora oggi comune radice. Infine la poesia, madre simbolica che accoglie e ristora i suoi figli, che vivifica la memoria, rendendola arte quotidiana e non spento baule di ricordi.

 

Una disperata vitalità

 
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Frida Neri – voce e chitarra acustica

Antonio Nasone – chitarre

Marco Tarantelli – Contrabbasso

Jessica Tonelli – voce narrante

Cristian Della chiara – voce narrante

 
Una donna canta storie – all’ombra di grandi come Pasolini e Woolf – di quelle che curano. La voce e la chitarra, gli strumenti e le parole diventano un unico rito per evocare l’inquietudine, rendendo scomode – almeno per qualche ora – le quotidiane certezze.
La volontà di unire testi a canzoni nasce dalla forte consapevolezza del comune potere rivelatore della parola e della musica. Il loro è un potere mitico. Tutto lo spettacolo si ispira a quella che Pasolini chiama “una disperata vitalità” e si pone come obiettivo di evocarla. Nella scelta degli strumenti e delle sonorità, nella lenta ritualità dello svolgimento, nell’atmosfera stessa dello spettacolo e nel registro emotivo ed empatico della comunicazione, risuona un pressante invito al risveglio.
Due voci narranti aprono lo spettacolo, continuando ad alternarsi nella trama delle canzoni. Una maschile ed una femminile, le due voci sono simbolo della necessaria armonia fra gli opposti da cui – secondo Virginia Woolf – sola può nascere la creatività. Un’attualissima fotografia di oggi tratta dai manoscritti economico-filosofici del 1884 di Karl Marx opponendo la realtà spietata al sogno evocativo: “Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai”.  Segue un estratto da “Una stanza tutta per sé” , interpretato dalla voce narrante femminile, uno stralcio di testo di Virginia Woolf ci parla ancora di potere, un potere di genere ma soprattutto ci svela i meccanismi nascosti, psicologici e sociali che lo creano.
Le canzoni si susseguono in un ritmo ora sognante e malinconico, ora rabbioso e duro, a raccontare una storia grande, che cresce sulle singole storie raccontate da ognuna di loro. In mezzo ad esse, voci forti avvertono, raccontano, urlano. Voci androgine nel loro essere indivise, vengono portando scintille di consapevolezza, a volte sofferente a volte gioiosa: P.P. Pasolini, Platone, K. Marx, V. Woolf, Qoelet.
 
Che si canti di visioni oniriche ed esistenziali, del rapporto interrotto con il proprio corpo che diviene oggetto, dello straniamento del vivere in un’epoca-merce, del viaggio come antico ed iniziatico strumento di conoscenza di sé attraverso il mondo (Siberiana); che si racconti di “ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre” e di quanto oggi tutto ciò manchi drammaticamente (Il pianto della Scavatrice, Pasolini), lo scopo è quello di stimolare l’immaginazione del pubblico. «L’immaginazione è la base della certezza, che niente è più certo della fantasia» e nulla muove le nostre scelte come la fantasia nascosta sotto le nostre idee. Non verranno addotte tesi, non saranno semplicemente veicolati contenuti, né saranno usati i testi come prove teoriche: lo spettacolo è una onirica e caleidoscopica maieutica…
 
Guarda Una disperata vitalità su vimeo
 

MUSICA

Frida Neri

 
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I miei brani originali, nella loro evoluzione, si susseguono in lingue diverse: dall’italiano al latino, fino al portoghese. Storie, passioni, movenze dell’anima. Dal primo ep fino al nuovo album in uscita per l’autunno.
 

Nos versos que canto

 
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Omaggio alla terra del fado e della saudade. Un racconto fatto di colori, atmosfere, immagini. ai brani e dagli interpreti più antichi nati dal quartiere dell’Alfama, fino alle nuove leve di questo genere, riconosciuto come patrimonio dell’umanità. Le voci di Amalia Rdrigues, Argentina Santos, quelle di Dulce Pontes e Mariza; i versi di Pessoa ad arricchire questo passaggio nell’anima lusitana.

Ave Maria Fadista

Con Marco Poeta

 

A Alma que canta

 
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Un viaggio tra differenti tradizioni musicali: dal nostro sud ai Balcani, dal Portogallo all’America latina. Lingue e colori differenti, ma un solo cuore: quello dell’appassionata e urgente espressività di creazioni legate all’esistenza dell’uomo, in qualsiasi paese esso viva. Dall’amore alla lontananza, dal dolore alla fertilità!

 

Com duas mãos

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Frida Neri – canto
Enea Sorini – canto, salterio, percussioni
Peppe Frana – oud, chitarrino medievale
Antonio Nasone – chitarra a 12 corde
Loris Ferri – versi
Coro
Progetto e ideazione – Frida Neri, Enea Sorini
 
Com duas mãos è il racconto di un incontro, di un dialogo tra due generi distinti ma vicini per luoghi e matrice. Infatti, le Cantigas di Santa Maria e il Fado, condividono:
 
Area geografica. Il Portogallo è la culla di entrambi, ma i legami arrivano sino all’area spagnola anche se in modo diverso (Galiziana, nel caso delle cantigas. Nel caso di Amália Rodrigues, autrice del Fado moderno, è notevole l’influenza del flamenco, nel suo modo di interpretare e di cantare.)
Radici. L’appartenenza al bacino culturale galegoportoghese, implica l’influenza della cultura araba pervadente in entrambi. Anche la fondamentale funzione di condivisione rituale e popolare oltre che di memoria collettiva, appartiene ad entrambe. Le cantigas, come anche il Fado, oltre ad essere patrimonio popolare, mostrano spesso e volentieri “particolare attenzione agli ambienti sociali più poveri ed emarginati” insieme ai brani di storia sacra. Le Cantigas quindi, come il Fado, raccontano vite e storie intorno al sacro come anche al profano; hanno come musa ispiratrice e protettrice la figura di una donna (La Vergine Maria nelle Cantigas, Maria Severa nel Fado) e a lei inneggiano (anche nel fado spicca come tema proprio quello della Madonna).
Lingua. La poesia lirica galiziano-portoghese (a volte definita con il termine trovadorismo in Portogallo e trobadorismo in Galizia) si sviluppò nel medioevo, principalmente tra il XIII e il XIV secolo, scritta in galiziano-portoghese, la lingua primitiva da cui deriveranno successivamente il portoghese e il galiziano moderni. Anche se la maggior parte dei poeti, dei quali si possiedono riferimenti, provenivano dalla Galizia e dal Portogallo settentrionale, la lingua galizianoportoghese [della poesia lirica] venne coltivata comunque da una moltitudine di poeti di altri luoghi della penisola iberica, di cui l’esempio più notevole è rappresentato da Alfonso X il Saggio, autore di molti dei canti religiosi dedicati alla Vergine raccolti nell’antologia Cantigas de Santa María (1252 – 1284), arrivando ad essere una lingua fondamentale nella lirica colta della Castiglia dei secoli XIII e XIV.
Il dialogo tra questi due generi è metafora di un dialogo ancora più profondo, di quello cioè tra i due antipodi posti continuamente a confronto e in fusione: la dimensione umana e quella divina, l’alto e il basso, il terreno e il soprannaturale, il meraviglioso e il quotidiano. Le “duas mãos” (le due mani) si stringono in un dialogo che è anche un rito propiziatorio che favorisce l’incontro e la fusione degli opposti, come i saggi di tutte le epoche hanno sempre auspicato.
 

Guarda “Com duas mãos” su youtube

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