– Roma

22 Giu – Roma

Venerdì 18 marzo.

Solo una manciata di minuti. Giusto il tempo per rubare piccoli brandelli di atmosfera. Per chiuderli in fondo, e portarseli via.

 

Non so se per voi lo sia, ma per me non è scontato ritrovarsi a suonare la propria musica mentre occhi ed orecchie aperti si tendono a cogliere. Ad assaggiare.

Suono e canto da tempo e – tutto quello che m’investe e che sento quando questa magia accade – è assolutamente nuovo.

Perchè? Per tanti motivi, direi.

 

Quel che ho sperimentato è di stare davanti ad un diverso modo di intendere. La musica non è relegata a sottofondo, la musica è il centro attorno al quale si stringono volti e parole, silenzi ed emozioni. E le persone – il pubblico – ti si avvicinano in quanto “artista”, oserei dire se il termine non fosse così logoro: per quello che hai trasmesso. Tutto lì, niente filtri. Immediato, non mediato da relazioni che non siano appunto, la musica.

 

Roma per me è soprattutto questo: spazio – interiore ed esteriore – vitale, necessario vuoto in cui si possa far librare e vibrare il proprio messaggio, in forma e sostanza.

Non dico “Roma” come luogo geografico esclusivo rispetto a tutto ciò – credo e spero che sia comune ad altre realtà – lo dico come metafora di ciò che auspico di ritrovare nei luoghi della musica e come simbolo dell’esperienza vissuta. Una modalità, uno stato di cose, un’atmosfera. Ciononostante, Roma è un nume, e lo si sente ad ogni angolo, come la sensazione di protezione nei confronti dell’arte. Caos e Fascinazione. E l’arte si nutre esattamente di questo. Esattamente.

Ed io lo avverto ancora più vivamente, tornando alle dolci colline che lente scendono al mare.

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